Mandalika è una pista che mi piace. Mi sono sempre trovato bene qui, mi piace guidare su questo circuito e arrivavo in Indonesia con tanta voglia di continuare il lavoro fatto a Motegi.
Ma soprattutto avevo voglia di tornare a vincere.
Era da un po’ che ci provavo. Dopo l’infortunio al Sachsenring non è stato un periodo semplice. Abbiamo continuato a lavorare, a cercare di migliorare, senza mai mollare. Però quando sai di poter stare davanti e non riesci a portare a casa quello che vorresti, un po’ ti rode.
Venerdì siamo partiti forte. Primo nelle FP1, secondo nelle Practice, con un buon passo e una moto che mi permetteva di spingere. Mi sentivo bene, anche se c’erano ancora alcune cose da sistemare.
Sabato abbiamo confermato di essere competitivi, conquistando la seconda posizione in griglia.
Poi è arrivata la Sprint.
E lì è finita praticamente prima di cominciare.
Alla prima curva c’è stato un contatto con Raúl Fernández e siamo finiti entrambi fuori. Un episodio di gara, di quelli che possono succedere quando si parte tutti vicini e in pochi metri bisogna prendere tante decisioni.
Dispiace. Tanto.
Perché avevamo lavorato bene, eravamo veloci e c’erano tutte le condizioni per fare una bella gara.
Con Raúl ci siamo parlati, ci siamo chiariti e ci siamo scusati a vicenda per quello che pensavamo di aver sbagliato. Per me la cosa importante è che ci sia sempre rispetto.
Non ero contento, ovviamente. Ma non volevo buttare via tutto il lavoro fatto fino a quel momento.
Domenica avevamo un’altra possibilità.
Sono partito con la voglia di riscattarmi, ma anche con la consapevolezza di avere una moto competitiva. La gara non è stata semplice. Raúl davanti andava fortissimo e per buona parte della corsa ha tenuto un ritmo davvero alto.
Ho cercato di restare tranquillo, di guidare bene e di non commettere errori.
Poi, giro dopo giro, sono riuscito ad avvicinarmi. A nove giri dalla fine sono passato davanti.
Da lì ho continuato a spingere fino al traguardo.
Primo posto.
Finalmente.
Era dal Mugello che non vincevo e tornare sul gradino più alto del podio, dopo tutto quello che abbiamo passato negli ultimi mesi, è stata una soddisfazione enorme.
Questa vittoria ci voleva.
Ci voleva per me, ma soprattutto per tutti i ragazzi della squadra. Perché loro non hanno mai smesso di lavorare, neanche nei momenti più complicati. Mi hanno sempre dato una grande forza e io cerco ogni volta di restituire almeno una parte di quello che fanno per me.
E poi è stata una domenica incredibile per Aprilia.
Quattro RS-GP nelle prime quattro posizioni. Io primo, Raúl secondo, Jorge terzo e Ai quarto.
Un risultato storico, che racconta meglio di qualsiasi parola il lavoro che stiamo facendo tutti insieme.
Mi hanno anche detto che questa è stata la 300ª vittoria di un pilota italiano nella classe regina. Un bel numero, no?
Per quanto riguarda il Mondiale, sappiamo tutti com’è la situazione. Mancano cinque gare e recuperare non sarà facile. Anzi, in questo momento è più perso che vinto.
Ma questo non cambia il mio modo di affrontare le corse.
A me piace andare in moto. Mi piace guidare, lavorare con la mia squadra, cercare di migliorare e anche soffrire quando le cose non vanno come vorrei.
Perché le giornate difficili sono tante. E proprio per questo bisogna godersi quelle belle.
Come questa.
Grazie a tutta Aprilia, ai miei ragazzi, alla mia famiglia, ai miei amici e a tutte le persone che continuano a sostenermi.
Non abbiamo nessuna intenzione di fermarci qui.
Ci vediamo alla prossima.
Motegi mi piace. Ci torno sempre volentieri: il pubblico giapponese è qualcosa di unico, l’atmosfera è speciale e l’anno scorso qui avevamo fatto piuttosto bene.
E quest’anno i tifosi giapponesi mi hanno persino dedicato una tribuna. Una cosa davvero incredibile.
L’obiettivo era semplice: dare continuità al lavoro che stiamo portando avanti.
Venerdì siamo partiti bene. Sabato, invece, la Sprint è andata storta per una scelta che mi assumo: quella della gomma posteriore.
Avevamo un piano. Al mattino ero stato veloce con la media e abbiamo deciso di rischiare anche in gara. Non ha funzionato. Non sono mai riuscito a trovare il passo che volevo e ho chiuso sesto.
Non ci bastava. Non eravamo contenti.
Ma domenica avevamo un’altra possibilità.
Sono partito bene, avevo un buon ritmo e la gara stava andando nella direzione giusta. Poi, negli ultimi giri, è arrivato Enea. Imbestialito, come ho detto ai microfoni.
Girava fortissimo, metteva insieme giri veloci e continuava ad avvicinarsi. Io, però, nel finale sono riuscito a migliorare e a trovare qualcosa in più. Tenerlo dietro non è stato facile. È stata una bella lotta, fino all’ultimo. Ma alla fine sono riuscito a tenerlo dietro.
Terzo posto. Podio.
Ho dato tutto e credo di aver portato a casa il miglior risultato possibile. Un podio veramente sudato. E forse, proprio per questo, ancora più bello.
Ci tenevo tanto.
Ci tenevo per reagire dopo la Sprint, ma soprattutto ci tenevo perché volevo poter dedicare questo risultato alla persona che ho perso in questi giorni.
Sono felice di esserci riuscito. È stato il mio modo di essere vicino, nonostante fossi dall’altra parte del mondo.
Da quando sono rientrato dall’infortunio ho dovuto lavorare giorno dopo giorno per tornare al mio livello e continuare a migliorare. Jorge e Marc, in questo momento, hanno qualcosa in più. Non credo di essere meno esplosivo rispetto all’inizio dell’anno: semplicemente, anche loro hanno fatto dei passi avanti, sono diventati più veloci, e bisogna riconoscerlo.
Ora sta a me cercare di colmare quel distacco, stare più vicino a loro e farmi trovare pronto ogni volta che si presenta un’opportunità.
Il Mondiale è duro. Lo sappiamo.
Ma non ho nessuna intenzione di mollare.
Dopo Misano l’Austria arrivava subito — e per una volta era una buona notizia. Dopo un errore è fondamentale tornare in sella il prima possibile.
Venerdì non è stato il migliore dei venerdì. Il ritmo non era male, ma non eravamo vicini a quelli davanti — Pedro, Jorge e Marc stavano girando su un altro livello. Non era una situazione semplice, ma il lavoro non si è fermato. Ho spulciato da tutti, ho cercato di vedere qualsiasi dettaglio sia della guida che della moto — non solo dai compagni di marca. Mi fumava la testa, letteralmente. Ma serviva.
Sabato nella Sprint Pedro stava dominando, a tre giri dalla fine è caduto e mi sono ritrovato sul podio. Terzo. Un podio fortunato — non lo nego — ma bisognava comunque essere lì. E ci eravamo.
Domenica è stata tutta un’altra storia.
Partenza forte, ritmo buono, e questa volta il podio me lo sono guadagnato. Ero competitivo fino all’ultimo giro, ho spinto come un matto, ho provato ad attaccare Jorge — e a due giri dalla fine ho fatto un errore alla curva 1 che mi ha tolto la possibilità di insidiarlo davvero. Peccato. Ma sono rimasto vicino a lui, e questo è stato davvero ottimo.
Sono contento. È sempre positivo fare un weekend con due podi. Devo cercare di tenere la lotta con Jorge e Marc viva fino alla fine — e lo farò. Di certo sarà dura, ma non è finita. Fisicamente non sono ancora al 100%, quindi sono davvero soddisfatto di come è andata.
Voglio ringraziare di cuore tutta l’Aprilia — hanno lavorato durissimo insieme a me per trovare il ritmo nel corso del weekend.
Si va avanti. Sempre.
Misano è casa mia. Ci arrivo sempre con una carica diversa — la gente, l’atmosfera, il calore del pubblico. Questa volta ancor di più, perché venivo da un weekend ad Aragon che aveva dato tante risposte positive, il fisico stava migliorando, e la moto girava forte.
Venerdì buon feeling, Q2 centrata. Sabato pole position — di nuovo — e nella Sprint Marc mi ha preso alla prima curva e non sono riuscito a rispondergli. Secondo posto. Ero soddisfatto, avevo dato tutto quello che avevo, e mi sono detto: domani ci riprovo.
Domenica.
Partenza buona. Ero in testa, il ritmo c’era, il mio obiettivo era arrivare al T3 davanti e fino a quel momento stava andando tutto liscio. Poi tra la 12 e la 13, al primo giro, ho preso una piccola sbacchettata prima della frenata. Non sono riuscito a chiudere perfettamente la linea, e quando ho provato a portare dentro la moto mi si è chiuso l’anteriore. Per terra.
Non cerco giustificazioni. Quando spingi, gli errori possono succedere. Ovviamente sarebbe meglio non commetterli, ma ormai è andata così e non posso tornare indietro nel tempo.
Mi dispiace — non solo perché eravamo a Misano, mi sarebbe dispiaciuto anche altrove. Mi sarebbe piaciuto continuare questo filotto di gare buone post-infortunio, e invece no.
Però guardo anche quello che c’è di positivo: la velocità c’era, la qualifica è stata buona, la Sprint è stata buona. Questo conta. E se fosse stato facile lo facevano tutti — se non volevo questi tipi di pressione, andavo a lavorare in officina da mio babbo. Invece sto provando a fare il pilota, e ci sta lottare con queste cose.
Niente è perduto. La classifica fa male, ma non è finita.
Fortunatamente l’Austria è dietro l’angolo. Si torna presto in sella, e questo sicuramente ci darà una mano.
Arrivavo ad Aragon sapendo che sarebbe stata una pista ostica. L’anno scorso qui avevamo faticato tantissimo, e non avevo motivo di aspettarmi qualcosa di diverso. Invece no — ho lavorato bene insieme a tutti i miei ragazzi e siamo stati veloci fin dal venerdì. Pole position con record della pista, doppio podio in Sprint e gara. Un weekend che non mi aspettavo così.
Detto questo — il ginocchio continua a darmi fastidio, più della spalla in questo momento. È una bella bega, ma ci convivo.
Sabato pole e Sprint. Alla prima curva ho frenato un po’ troppo presto, errore mio, e Marc era pronto a cogliere l’attimo — lo è sempre. Mi sono ritrovato all’esterno, con Alex che ne ha approfittato per inserirsi. Ho perso due posizioni in un secondo. Terzo. Sulla gomma: ero convinto della soft, aveva lavorato bene tutto il giorno, e non sono sicuro che la media avrebbe cambiato il risultato — anzi.
Domenica partenza dalla pole. Anche stavolta Marc mi ha preso alla prima staccata, ma è rimasto con l’abbassatore ingaggiato e ho ripreso la testa. Ho guidato i primi sei giri, cercando di costruire qualcosa. Al cavatappi Marc mi ha attaccato — in uscita sembrava che avessi il vantaggio, ma ci siamo ritrovati affiancati sul rettilineo a oltre 300 all’ora. Onestamente volevo rendergli la vita un po’ più difficile, anche a Pedro. Ma ho perso entrambe le posizioni in un paio di secondi.
Sul rettilineo ci siamo avvicinati in modo strano — l’aerodinamica faceva cose bizzarre, mi venivo ad avvicinare a lui anche quando cercavo di spostarmi. Marc ha detto ai microfoni che in quei momenti non pensi a tua madre, non pensi al cane — pensi solo a chi frenerà più tardi. Ha ragione.
Terzo posto. Stesso risultato della Sprint, stesso podio. Marc ha fatto un weekend perfetto — complimenti a lui.
È stato un weekend importante perché ho guidato bene, mi sono divertito e mi sono reso conto che me la posso giocare sempre.
Tra pochi giorni c’è Misano. Casa, di nuovo.
Non vedo l’ora.
Di solito i ringraziamenti si fanno alla fine. Questa volta li voglio fare subito.
Sono stati giorni difficili, molto difficili. Dopo la Germania ho dovuto fare due operazioni — la clavicola, che era una frattura complicata e la ripresa nei primi giorni è stata dura, e poi il ginocchio: quello che doveva essere una cosa semplice alla fine è stata più complessa, la ferita è stata riaperta e sistemata fino all’osso. Non è stato semplice, fisicamente e mentalmente.
Riuscire ad essere qui a Silverstone è stato possibile grazie a tante persone. Il prof. Porcellini e tutto il suo staff, il dottor Landi a Rimini per il ginocchio. Carlo, che non mi ha mai allenato così tanto e così intensamente. Vale, tutta l’Academy e Aprilia, che ci hanno creduto. E la mia famiglia, sempre. Grazie davvero a tutti — senza di voi non sarei stato in griglia.
Venerdì non vedevo l’ora di salire in moto. E forse si è visto — miglior tempo nelle pre-qualifiche, nuovo record della pista. Ma sapevo che il giro secco era una cosa, e che la gara sarebbe stata tutt’un’altra storia. Il fisico non era ancora al 100%, e infatti il sabato mattina in Q2 ho sofferto parecchio e non son riuscito a guidare come volevo.
La Sprint mi ha dato le risposte che cercavo. Buona partenza, buon ritmo, tantissima fatica dopo i primi giri ma alla fine un terzo posto che mi ha ripagato e mi ha anche emozionato.
Domenica mattina arrivo al nel warm up con fatica. La gara lunga è una incognita, so che il ritmo non sarà quello della sprint ma 20 giri a Silverstone non finiscono mai.
Parto bene, nei primi giri andavo forte, sentivo la moto, mi sentivo bene. Poi verso metà gara ho ceduto a Jorge, e ho iniziato a difendere il terzo posto da Alex Marquez. Gli ultimi giri sono stati una lotta vera — non avevo più forza, il dolore si faceva sentire, non ne avevo più. Ma non potevo mollare.
Non potevo mollare per tutto il lavoro che ha fatto la squadra. Per il mazzo che mi sono fatto quest’estate. Per tutte le persone che hanno sacrificato le loro vacanze per farmi tornare in pista.
Bandiera a scacchi. Terzo.
Sono contento, sono stanco. Non ce la faccio più. Però bello — ne è valsa la pena.
La volevo troppo, e quando vuoi troppo una cosa non molli. E fino alla fine non molleremo. Mai
Arrivavo al Sachsenring ancora con qualche acciacco da Assen. Non ero al 100%, e lo sapevo. L’idea era semplice: step by step, valutare come stavo sessione dopo sessione, non forzare quello che non si poteva forzare.
Venerdì è andato meglio di quanto mi aspettassi. Settimo nelle pre-qualifiche, Q2 centrata — non era affatto scontato, considerando da dove arrivavo. Il passo gara sembrava buono, c’era qualcosa su cui costruire. Mi sono detto: ok, ci siamo.
Sabato nel Q2, secondo run, curva 7. Ho perso il posteriore a 140 all’ora. Highside, volo, ghiaia. Sono tornato ai box sul sellino di uno scooter e già sapevo che non andava.
Al centro medico la radiografia ha detto quello che temevo: frattura completa e scomposta della clavicola sinistra. Intervento necessario.
Sono rientrato in Italia il pomeriggio stesso e domenica mattina il dottor Giuseppe Porcellini e il suo staff mi hanno operato. Intervento riuscito, già a casa. Grazie a lui e a tutta la sua equipe — non è la prima volta che mi sistemano una frattura, due anni fa stessa storia, l’altra clavicola (ho fatto il bis, giusto per una questione di simmetria). Sono davvero dei gran professionisti, e averli al mio fianco in questi momenti vale tanto.
Tre settimane di pausa prima di Silverstone. Non è il modo in cui avrei voluto arrivarci, ma è quello che c’è. Adesso testa bassa, recupero, fisioterapia, e tutto quello che serve per tornare in moto nel miglior modo possibile.
Un mese e mezzo difficile — Ungheria, Brno, Assen, Germania. Quattro weekend da dimenticare, ciascuno per ragioni diverse. Fa male, non lo nego.
Ma una cosa la so con certezza.
È un momento duro. Ma noi siamo più duri.
Niente mi farà mollare.
A presto.
Di cadute brutte ne ho fatte tante, probabilmente quella di domenica è stata una delle peggiori. Fortunatamente non ho riportato fratture, ma la botta è stata davvero violenta
Stavo attaccando Marc per la quarta posizione e sono entrato un po’ più forte di quanto la moto potesse reggere. Ho perso l’anteriore a quasi 200 all’ora. Da lì in poi non ho più controllato niente — solo ghiaia, ghiaia, ghiaia, e alla fine il muretto.
Sono rimasto fermo qualche secondo a riprendere fiato, seduto in mezzo ai commissari. Mi hanno aiutato a tirarmi su, sono riuscito a camminare verso l’ambulanza con le mie gambe — ed è già una sensazione di cui essere grato, dopo un volo così.
Al centro medico gli esami iniziali sono andati bene — niente di neurologico, braccia e gambe rispondevano. Però avevo un dolore forte al collo, e giustamente lo staff medico non ha voluto correre rischi: mi hanno trasferito all’ospedale di Groningen per accertamenti più approfonditi. TAC, lastre, tutto il protocollo. Ho passato il pomeriggio lì, ad aspettare i risultati con la stessa apprensione che immaginavo avevesse chi mi stava seguendo da casa.
Per fortuna nessuna frattura, nessuna lesione. Dimesso in serata.
La motivazione per far bene nel week end ad Assen era tanta. E in parte lo era stato — miglior tempo nelle libere del venerdì, prima fila in qualifica, una moto che girava bene sia sul giro secco che sul passo gara. Avevo le sensazioni giuste. Poi, come succede nelle gare, basta davvero poco per stravolgere tutto.
Perdo la testa della classifica, ma onestamente in questo momento la classifica è l’ultimo dei miei pensieri. Quello che conta è che sto bene, che potrò tornare in moto, e che l’Aprilia ha comunque chiuso con una tripletta sul podio. Una bella soddisfazione per tutta la squadra, anche in una domenica complicata per me.
Adesso testa al recupero, e poi si torna a lavorare. Un weekend duro chiude un mese durissimo. Ma si va avanti — sempre.
Arrivavo a Brno con l’obiettivo di rifarmi dalla caduta dell’ultima gara. Venerdì era andato discretamente — buon feeling, davanti nel gruppo. Poi sabato è arrivata la Sprint, e con essa il momento peggiore della mia carriera.
A due giri dalla fine sono caduto alla curva 3. Uno dei marshal intervenuti per recuperare la moto ha toccato involontariamente il gas, facendo girare il motore a terra. In quel momento ho perso il controllo e ho avuto una reazione che non avrei mai dovuto avere.
Non c’è gara, frustrazione o adrenalina che possa giustificare quello che ho fatto. Lo so. E lo hanno stabilito anche i commissari, che mi hanno squalificato dalla gara della domenica. Aprilia ha presentato ricorso, ma è stato respinto, e abbiamo accettato la decisione senza ulteriori appelli.
La domenica mattina, prima del warm-up, sono andato di persona al posto del marshall coinvolto. Si chiama Ladislav. Lui ha capito lo stress del momento, e gliene sono grato. Ma questo non cambia quello che è successo.
Voglio porgere le mie scuse a tutta la comunità della MotoGP per il gesto che ho compiuto nei confronti del marshall a bordo pista. Mi dispiace anche perché so quanti impegni e sacrifici i marshall fanno per garantire la nostra sicurezza. Questi comportamenti non devono accadere e non hanno giustificazioni. Mi scuso con tutti, Aprilia Racing e i miei tifosi.
Adesso si lavora, si riflette, e si va avanti. Assen è la prossima tappa.
Arrivavo qui con ancora il Mugello negli occhi.
Confesso che nei giorni dopo ho riguardato la gara una decina di volte — molte cose non le ricordavo granchè per l’adrenalina, quindi ho dovuto rivedere tutto dall’inizio. Bello farlo, ma poi si chiude e si riparte.
Balaton è l’esatto opposto del Mugello. Stop and go, lenta, guidata — il Mugello sembra un’autostrada in confronto. Una pista che mi piace, è particolare, ma richiede un approccio completamente diverso fin dalle prime prove libere.
Venerdì l’obiettivo era passare in Q2 e ci siamo riusciti. Sesto. Pedro ha fatto una differenza abbastanza importante — era su un altro pianeta. La pista era stata riasfaltata alla curva 1, le buche tolte, ma come grip era peggio di prima. Con la soft soffrivamo, soprattutto davanti, c’era ancora da trovare il giusto assetto.
Sabato nella Sprint sono partito sesto e nei primi giri mi sembrava di essere sul ghiaccio. Non riuscivo a trovare la traiettoria, niente scorreva bene. A metà gara ho preso un contatto con Aldeguer alla curva 11 — mi si è danneggiato il posteriore della moto, in staccata era strana. Ma con un po’ di calma e qualche rischio sono riuscito a portarla a casa. Terzo posto. Marquez era inavvicinabile, Acosta secondo. Punti importanti per il campionato.
Domenica non è andata. Nonstante una buona partenza sono stato coinvolto in una carambola alla prima curva.
Per fortuna non ci siamo fatti male seriamente, solo qualche botta.
Ci rifaremo a Brno.
Avrò avuto sei anni quando venivo con i miei al Mugello a vedere le gare. Nel pratone, a fare il tifo per Vale, in un’atmosfera che mi faceva sognare ad occhi aperti. Ho iniziato a correrci nei campionati italiani, poi negli anni nel mondiale. Già il primo anno in MotoGP era stata un’emozione incredibile. Ma il sogno — quello che si era acceso a sei anni — era vincere qui. In MotoGP.
Domenica, quando ho tagliato il traguardo con Kimi (Antonelli) che sventolava la bandiera a scacchi e il pubblico esploso in un boato unico, non sapevo ancora se stavo sognando o stava accadendo davvero. Forse anche oggi non ho ancora realizzato bene quello che è successo.
È successo anche che ho indossato un casco speciale, dedicato ad Alex Zanardi. Non ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona — l’ho sempre ammirato da lontano, come credo la maggior parte di noi. La sua storia è sempre stata assurda, incredibile. Un uomo che ha perso le gambe e ha trovato il modo di diventare ancora più grande di prima — nello sport e nella vita.
È successo che le mie sorelle mi hanno fatto da ombrelline, come quando ero sulle minimoto.
È successo che mi sono tuffato sulla folla e ho sentito tutto il loro affetto.
Quando mi hanno intervistato nel parco chiuso sono uscito dagli schemi. “Posso parlare in italiano?” — perché non riuscivo più a contenere la voglia di ringraziare il pubblico per l’esplosione di gioia che mi aveva regalato.
Ha ragione Pecco quando nel retrobox mi ha chiesto se mi rendessi conto di cosa cavolo avevo combinato.
Ho vinto al Mugello. E questa è una cosa che resterà per sempre.
Ci sono weekend in cui i risultati contano meno del solito.
Questo è uno di quelli.
Barcellona non è andata bene sul piano della prestazione. Venerdì mi sentivo bene, settimo nelle pre-qualifiche, Q2 centrata. Poi sabato qualcosa si è rotto nel feeling con la moto. Caduta in qualifica, nono nella Sprint — non riuscivo a frenare forte, non riuscivo ad accelerare, non riuscivo a fare praticamente niente di veloce. Un weekend di sofferenza, senza spiegazioni facili.
Ma quello che è successo in gara ha messo tutto il resto in secondo piano.
Al giro 12 la KTM di Acosta ha perso potenza sul rettilineo. Alex Marquez non ha avuto nemmeno il tempo di reagire. L’impatto è stato violento, una di quelle cadute che ti ghiacciano il sangue. Bandiera rossa. Alex è stato portato in ospedale, cosciente. Diggia è rimasto in pista con la mano sinistra ferita da un detrito, e ha corso comunque fino alla fine — e ha vinto. Chapeau.
Alla seconda ripartenza, curva 1, Zarco ha perso il davanti e ha innescato una carambola. L’ho vista da vicino. È rimasto incastrato sotto le moto. Seconda bandiera rossa. Johann portato in ospedale.
Alla terza partenza ho cercato di gestire al meglio una situazione di gomme difficile, ho avuto anche un problema con la leva del freno, ho fatto qualche lungo. Quarto posto alla fine, dopo le penalità agli altri.
La classifica dice +15 su Jorge. Sul piano dei punti è andata bene. Ma onestamente la cosa importante è che Alex e Johann stiano bene. Tutto il resto — i punti, la classifica, i sorpassi mancati — passa in secondo piano. Siamo stati graziati. È il pensiero con cui sono tornato al box, e con cui chiudo questo weekend.
Tra due settimane c’è il Mugello. Casa. Non vedo l’ora di tornarci, anche perché questo weekend mi ha lasciato l’amaro in bocca sul piano della prestazione e ho voglia di rifarmi.
Ma prima di tutto — forza Alex, forza Johann.
Le Mans sembra una pista semplice a vederla da fuori. Non lo è. I distacchi sono sempre risicatissimi, ci sono pochissimi punti dove puoi fare la differenza, e il meteo gioca sempre le sue carte. Ci arrivi con tanta voglia di fare bene — e ci sono arrivato — ma fin dal venerdì ho capito che non sarebbe stato un weekend facile.
Settimo nelle pre-qualifiche. Q2 centrato nei minuti finali, ma non mi sentivo a posto. Stavo lavorando sulla guida, sistemando dei dettagli, cercando di adattarmi. Passo dopo passo.
Sabato, sorpresa.
Non mi aspettavo di essere così competitivo nella Sprint, visti i sabati precedenti. Terzo posto — sofferto, sempre in bagarre, ma terzo. Risultato inaspettato che ci ha dato fiducia per la domenica. Poi è arrivata la pioggia nelle previsioni per domenica e non sapevamo bene cosa aspettarci.
Dopo la pioggia del mattino siam partiti in condizioni da asciutto.
Bona partenza, mi sono preso la testa. E lì è iniziata la gara più strana della mia stagione.
Non ero veloce. Sul passo non stavo girando come volevo. Però ero davanti, e ogni giro cercavo di mettere una pezza — stressando la moto più del solito, forzando sul davanti quando il dietro iniziava a calare. È quello che sai fare quando non sei al massimo: gestisci, cerchi di tenere, non molli.
Ho visto Jorge passare Acosta. Ho capito che stava arrivando. Ho dato l’ultimo tirone, ma non bastava — il grip stava finendo, prima il dietro, poi anche il davanti. A tre giri dalla fine mi ha passato.
Fa male. Non lo nego. Essere lì davanti per tanti giri e venire sorpassati così vicini alla fine lascia sempre qualcosa dentro. Però onestamente — non so neanche come ho fatto a stare davanti tutto quel tempo con quel passo. Alla fine è stato il massimo che potevo fare questo weekend, e devo essere contento così.
Secondo posto. Primo in classifica, con un punto su Jorge.
Tripletta Aprilia sul podio — la prima nella storia della casa. Terzo Ogura, alla prima volta sul podio in MotoGP. Un momento bello, da condividere.
Il mondiale è davvero serrato, e si fa sul serio. Barcellona è fra pochi giorni.
Ci troviamo lì.
Dopo la pausa lunga ci aspettavamo di capire se potevamo esser competitivi anche a Jerez, pista dove le Aprilia avevano sempre sofferto un po’.
Venerdì è andato meglio delle aspettative — terzo nelle pre-qualifiche, Q2 centrata direttamente. Con la soft sono tornati fuori alcuni problemi che avevamo in passato, ma avevamo ancora del margine su cui lavorare. Ci stava.
Il sabato è stata una giornata storta, e non per colpa nostra.
Qualifiche in bagnato, quarto in griglia. Poi la Sprint: al via un tear-off lasciatomi si è incastrato sotto la moto. Ho rilasciato la frizione e la gomma ha pattinato sopra la pellicola — ho perso non so quante posizioni in un secondo. Stavo rimontando, mi stavo riprendendo, poi è arrivata la pioggia. Rientro ai box un giro in ritardo, torno in pista con le rain, e cado.
Non c’è molto da dire su certe situazioni. Capita. Ci puoi fare poco.
Domenica però è un’altra giornata.
Non stavo benissimo fisicamente, devo ammetterlo. Un problema che mi ha accompagnato per tutto il weekend e che ho cercato di gestire senza che pesasse troppo. Ma alla partenza qualcosa è scattato — grande via, ho recuperato due posizioni alle prime curve, e mi sono ritrovato ad inseguire i Alex e Marc Marquez.
I primi giri ho cercato di restare attaccato a loro, sapevo che erano veloci. Al giro 2 Marc ha fatto un errore alla curva 11 e sono salito secondo. Davanti c’era Alex, e in quei settori veloci e fluidi — il terzo, il quarto — ne aveva di più. Ho fatto un errore in curva 1 a metà gara, mi ha dato uno strattone, e lì ho capito che la vittoria non era alla mia portata.
Ho gestito il resto della gara tenendo Diggia dietro. Secondo posto.
Va bene così — Alex oggi era semplicemente più forte. Ho dato tutto quello che avevo, su un weekend dove abbiamo faticato più del solito.
Sono contento di come è andata. E domani c’è un test importante. Si lavora.
Austin mi è sempre piaciuta.
Pista tosta, tecnica, piena di buche e cambi di direzione che non ti danno mai un attimo di respiro. Non è una pista dove puoi nasconderti — o ci sei o non ci sei. E per anni non riuscivo a chiudere come volevo.
Venerdì è andato discretamente — quarto nelle pre-qualifiche, passo buono, ma con la soft la moto era ancora nervosa e nel time attack faticavo a tenerla. Niente di drammatico, ma c’era ancora qualcosa da trovare.
Sabato è partita bene e finita male. P2 nelle qualifiche poi la Sprint. Partito non bene ma ero riuscito a recuperare posizioni con bei sorpassi. Ero secondo, mi son fatto prendere e son caduto. Errore mio.
Ero abbastanza a terra dopo. Non fisicamente — per fortuna. Perché quando fai un errore così, in una gara che stavi controllando, ti rode. La squadra è stata vicino a me, e questo conta tanto.
La domenica però è un’altra giornata.
Warm-up bene. Partenza dalla quarta posizione. Al primo giro ho attaccato Acosta alla curva 11, c’è stato un contatto in uscita — il vento stava spingendo forte, l’ho visto andare largo, ho provato a passare e ci siamo toccati. Ho rotto qualcosa nella parte posteriore della moto, non lo sapevo, ma andava ancora. Per fortuna.
Da quel momento in poi: testa bassa e spingere.
Ogni giro, lo stesso ritmo. Gestire quando serviva gestire, attaccare quando serviva attaccare. Jorge si è avvicinato nel finale, l’ho sentito, ma avevo ancora qualcosa e ho allungato un po’.
Bandiera a scacchi. Primo. Con Martin secondo altra doppietta Aprilia.
Quando mi hanno detto del record — 121 giri consecutivi in testa, più di Lorenzo — non sapevo neanche come rispondere. Non ci pensavo. Non ci penso mai a queste cose quando sono in gara. Penso alla curva dopo.
Sognavo da tanto di fare una bella gara qui ad Austin. Ci è voluto un po’, ma alla fine è arrivata.
Adesso una lunga pausa — il Qatar è rinviato. Si ricomincia a Jerez.
Tempo di ricaricare.
Venerdì ero ventesimo.
Se ci penso fa ora fa abbastanza strano. Ventesimo. Sotto la pioggia, senza feeling, con una moto che non riuscivo a capire e un circuito che non avevo mai visto.
Non è facile gestire questi momenti, l’unica cosa che sappiamo fare è lavorare.
Con il team siamo stati fino a notte fonda a rivedere i dati e a cercare di trovar la quadra.
E già dalle FP2 del sabato qualcosa è cambiato. Il lavoro fatto si vedeva, anche da parte mia ho capito meglio come interpretare la posta.
Siamo usciti dalla Q1, abbiamo trovato il ritmo, e alla fine eravamo in prima fila. Secondo in griglia. Da ventesimo a secondo. In un giorno.
La Sprint è andata così così — Jorge mi ha superato a metà gara e non sono riuscito a rispondergli. Quarto. Ci stava, e lo sapevo. A livello di passo gara mancava ancora qualcosa, ma sentivo che stavamo andando nella direzione giusta.
Domenica mattina mi sono svegliato con una sensazione diversa. Il warm-up è mi ha dato buone sensazioni e il messaggio di Vale mi ha caricato.. Sapevo che potevo provarci davvero
Gara con 8 giri in meno, non so se meglio o peggio ma di sicuro la strategia è cambiata. Spingere forte da subito
Parto bene, prima curva in testa, devo scappar via. Ogni giro l’ho sentito. Ho spinto quando dovevo spingere, ho gestito quando dovevo gestire.
Quando ho visto la bandiera a scacchi ho pensato a tante cose. Alla mia squadra, che ha trasformato un venerdì da dimenticare in una vittoria. A questo circuito strano e meraviglioso, alla folla brasiliana che è una cosa unica. A Jorge, che ha chiuso secondo: un uno-due Aprilia, il primo nella storia della casa in MotoGP. Questo è grande.
E ho pensato a Roberto Lunadei. Roberto era uno di quelli che ti sei trovato accanto nella vita del paddock e non pensi mai che possa mancare. La settimana scorsa ci ha lasciati. Questa vittoria è sua e della sua famiglia. C’era lui con me oggi, ne sono sicuro.
La settimana prossima ad Austin. Un’altra pista, un’altra storia.
Non vedo l’ora.
Il primo weekend del mondiale al MotoGP non è mai semplice: tanto lavoro in inverno, tante aspettative… e la pista che ti mette subito alla prova.
Il Chang International Circuit non regala niente a nessuno. Se nei test le condizioni erano perfette, nel week end di gara è tutto molto più complicato.
Fin dalle FP1 avevamo fatto vedere che il potenziale c’era. Accesso diretto in Q2 da primo, pole position, ritmo buono, feeling positivo.
Poi nella Sprint un piccolo errore che mi è costato caro: qando sei sempre al limite, c’è una linea molto sottile tra essere un fenomeno o un coglione.
Ero amareggiato, inutile nasconderlo. Però dentro di me sapevo una cosa: quell’errore mi sarebbe servito. Nel warm up la domenica mattina arrivavo sempre al limite in quel punto e rischiavo troppo. Mi son detto “Marco, aspetta, respira un attimo, altrimenti facciam danni anche oggi”.
In gara arrivo bello carico e molto concentrato. Partenza molto buona,
Subito davanti. La mia Alba Rosa era fantastica: trazione, stabilità, risposta sempre pulita. Una moto che ti dà fiducia giro dopo giro.
Mi sono imposto una regola semplice: spingere quando serve, gestire quando conta. Nessuna fretta inutile. Nessuna sbavatura.
E da quel momento è stata una gara costruita metro dopo metro. In testa dal primo giro, ritmo costante, concentrazione massima.
Dopo la delusione del sabato, era la risposta che volevo dare a me stesso prima ancora che agli altri.
Il campionato è lunghissimo. Ma partire così ti dà energia.
E soprattutto ti ricorda che la differenza, a volte, sta tutta in un respiro in più.
Arriviamo a Valencia supercarichi, con una gran voglia di chiudere bene la stagione e con… una scommessa aperta che volevo vincere.
Si parte subito forte, sia nelle FP che in qualifica, dove riesco a conquistare la POLE. Che gusto!
Nella Sprint parto bene, ma nelle prime curve qualcosa non va nelle ripartenze e sono costretto a cedere due posizioni.
Provo a riprendere Alex (Marquez) e Pedro (Acosta), ma sono davvero al limite, e ogni tanto quel problema in uscita di curva si ripresenta.
Un buon podio, ma bisogna tornare a lavorare per sistemare la moto in vista della gara lunga.
E domenica, la mia AlbaRosa non mi tradisce…
In testa dal primo all’ultimo giro.
E dopo la bandiera a scacchi so che ho vinto la mia scommessa: potrò portarmi AlbaRosa a casa con me.
Ma prima… mi sembra giusto chiederle la mano. Le buone maniere, prima di tutto!
Lei dice sì, e inizia la festa.
Ai box è un gran casino — poi una sistemata veloce ed è il momento della serata di gala di fine campionato.
Mi presento sul red carpet con la mia famiglia al completo: una bellissima emozione, e una grande soddisfazione.
Adesso ci sono i test, poi finalmente si penserà ai festeggiamenti a casa… e alle vacanze.
Almeno per un po’, si stacca.
Ma non troppo, perché la nuova stagione… inizia davvero presto.