Avrò avuto sei anni quando venivo con i miei al Mugello a vedere le gare. Nel pratone, a fare il tifo per Vale, in un’atmosfera che mi faceva sognare ad occhi aperti. Ho iniziato a correrci nei campionati italiani, poi negli anni nel mondiale. Già il primo anno in MotoGP era stata un’emozione incredibile. Ma il sogno — quello che si era acceso a sei anni — era vincere qui. In MotoGP.
Domenica, quando ho tagliato il traguardo con Kimi (Antonelli) che sventolava la bandiera a scacchi e il pubblico esploso in un boato unico, non sapevo ancora se stavo sognando o stava accadendo davvero. Forse anche oggi non ho ancora realizzato bene quello che è successo.
È successo anche che ho indossato un casco speciale, dedicato ad Alex Zanardi. Non ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona — l’ho sempre ammirato da lontano, come credo la maggior parte di noi. La sua storia è sempre stata assurda, incredibile. Un uomo che ha perso le gambe e ha trovato il modo di diventare ancora più grande di prima — nello sport e nella vita.
È successo che le mie sorelle mi hanno fatto da ombrelline, come quando ero sulle minimoto.
È successo che mi sono tuffato sulla folla e ho sentito tutto il loro affetto.
Quando mi hanno intervistato nel parco chiuso sono uscito dagli schemi. “Posso parlare in italiano?” — perché non riuscivo più a contenere la voglia di ringraziare il pubblico per l’esplosione di gioia che mi aveva regalato.
Ha ragione Pecco quando nel retrobox mi ha chiesto se mi rendessi conto di cosa cavolo avevo combinato.
Ho vinto al Mugello. E questa è una cosa che resterà per sempre.