Austin mi è sempre piaciuta.
Pista tosta, tecnica, piena di buche e cambi di direzione che non ti danno mai un attimo di respiro. Non è una pista dove puoi nasconderti — o ci sei o non ci sei. E per anni non riuscivo a chiudere come volevo.
Venerdì è andato discretamente — quarto nelle pre-qualifiche, passo buono, ma con la soft la moto era ancora nervosa e nel time attack faticavo a tenerla. Niente di drammatico, ma c’era ancora qualcosa da trovare.
Sabato è partita bene e finita male. P2 nelle qualifiche poi la Sprint. Partito non bene ma ero riuscito a recuperare posizioni con bei sorpassi. Ero secondo, mi son fatto prendere e son caduto. Errore mio.
Ero abbastanza a terra dopo. Non fisicamente — per fortuna. Perché quando fai un errore così, in una gara che stavi controllando, ti rode. La squadra è stata vicino a me, e questo conta tanto.
La domenica però è un’altra giornata.
Warm-up bene. Partenza dalla quarta posizione. Al primo giro ho attaccato Acosta alla curva 11, c’è stato un contatto in uscita — il vento stava spingendo forte, l’ho visto andare largo, ho provato a passare e ci siamo toccati. Ho rotto qualcosa nella parte posteriore della moto, non lo sapevo, ma andava ancora. Per fortuna.
Da quel momento in poi: testa bassa e spingere.
Ogni giro, lo stesso ritmo. Gestire quando serviva gestire, attaccare quando serviva attaccare. Jorge si è avvicinato nel finale, l’ho sentito, ma avevo ancora qualcosa e ho allungato un po’.
Bandiera a scacchi. Primo. Con Martin secondo altra doppietta Aprilia.
Quando mi hanno detto del record — 121 giri consecutivi in testa, più di Lorenzo — non sapevo neanche come rispondere. Non ci pensavo. Non ci penso mai a queste cose quando sono in gara. Penso alla curva dopo.
Sognavo da tanto di fare una bella gara qui ad Austin. Ci è voluto un po’, ma alla fine è arrivata.
Adesso una lunga pausa — il Qatar è rinviato. Si ricomincia a Jerez.
Tempo di ricaricare.